Study visit

Evento di lancio a Torino, Maggio 2016

Study Visit a Senigallia, Settembre 2016

“La mia storia in questo progetto inizia per caso, con un articolo trovato a maggio 2016 su scambieuropei.info, noto sito di opportunità per i giovani e per gli appassionati di scambi culturali all’estero.
La descrizione del progetto diceva poco, limitandosi a definirne le linee guida e gli argomenti affrontati.
Nonostante l’alone di mistero che circondava la cosa, mi è subito saltata all’occhio la frase ‘formare i giovani sulle nuove forme di intervento contro la povertà e lo sviluppo dei territori’. Era da diverso tempo che cercavo un progetto o uno scambio che potesse darmi esempi pratici di attività sul territorio, così mi ci sono fiondato subito. Pur non senza esitazione, tempo due giorni e avevo già completato i documenti necessari.
Al colloquio di selezione con i responsabili della Fondazione Caritas Diocesana di Senigallia vengono approfondite la struttura e le finalità del progetto.
Mi viene presentato ‘Comunità che Innovano’ come un progetto biennale, nato con lo scopo di formare i giovani nel campo della rigenerazione urbana e dell’inclusione sociale, strutturato in 7 study visit, di cui 4 in Italia e 3 all’estero, durante le quali vengono presentati e studiati diversi progetti portati avanti dalle comunità locali nel campo dell’inclusione e dello sviluppo di comunità.
Il progetto di portata nazionale, oltre che dalla Caritas Diocesana di Senigallia è promosso anche dalle Caritas di Torino, Biella, Saluzzo, Verona, Trieste, e coinvolge gruppi di giovani provenienti da ogni città, per un totale di circa 50 partecipanti.

Finisce, o meglio inizia, proprio a Senigallia, durante l’estate 2016. Vengo fiondato in un mondo nuovo, quello del sociale, di cui ero – ed effettivamente sono ancora – un outsider.
I dubbi relativi al progetto iniziano a sciogliersi man mano che inizio a conoscere gli altri partecipanti del gruppo Senigalliese, in maggioranza della zona di Senigallia, ma con una buona rappresentanza Pisana.
Col tempo ho anche preso familiarità con i termini. Ho imparato il concetto di imprenditoria sociale e ne ho visto esempi pratici. Insieme agli altri partecipanti provenienti da tutta Italia ho toccato con mano il lavoro della Cooperativa UNDICESIMAORA, la storia dell’associazione Horcynus Orca e la rinascita del Birrificio Messina (a Messina, appunto), nonché il delicato compito dell’accoglienza dei migranti ad Atene.
Ne abbiamo conosciuto l’aspetto etico ma anche quello manageriale, insieme a tutto il network di organizzazioni e istituzioni, sia pubbliche che private, che stanno dietro a questo mondo e gli permettono di raggiungere realtà di emarginazione apparentemente lontanissime e irraggiungibili.

Ma il progetto non è di certo finito. Pur essendo alla sua prima edizione pilota infatti, l’obiettivo fissato è quello di visitare le realtà in cui operano tutti i partecipanti al progetto. Dopo Senigallia, Messina, Trieste e Atene mancano ancora all’appello Biella e Saluzzo, nonché la Bosnia.
Fa molto piacere constatare di non essere i soli ad interessarsi a certi temi.
Molto bella è poi la partecipazione allargata a più gruppi territoriali.
Se infatti ciò attorno cui ruota l’esistenza di ‘Comunità che Innovano’ è l’esperienza di innovazione delle study visit, un’importanza fondamentale ricopre anche la comunità, o meglio le comunità.
Imparare dagli altri partecipanti, venire a contatto con realtà diverse, ognuna con le proprie caratteristiche, è in definitiva ciò che da valore aggiunto ad ogni progetto che si proponga di promuovere soluzioni nell’ambito dell’inclusione sociale.”

 

Mattia Messina, Comunità che Innovano – Fondazione Caritas Senigallia

Study visit a Trieste, Dicembre 2016

“Comunità, rito, eternità”: un insieme di persone, che sanno far accadere qualcosa –dandosi regole e ritmi-, perché –a differenza degli animali- hanno coscienza del tempo che scorre. Il sipario della study visit a Trieste si apre su queste tre dimensioni, e subito rimango catturata dall’introduzione al laboratorio teatrale che Ivan ci propone. Decido di dargli fiducia. Lavoriamo inizialmente sul nostro corpo, sul modo con cui attraverso di esso occupiamo lo spazio mentre camminiamo: prima come individui soli, poi come individui in relazione. Lo stare da soli ci fa concentrare sul respiro, sulla velocità, sui propri muscoli. Lo stare in mezzo ad altri implica ascolto, coordinamento, attenzione alla direzione verso cui l’altro si sposta, prevenzione di uno scontro all’interno di uno stesso raggio d’azione nel quale ciascuno sta creando il proprio movimento. Per essere comunità, e quindi corpi in relazione, prima di tutto è necessario imparare a conoscere sé stessi attraverso la porzione fisica di corpo che ci è dato. Riflettiamo a partire da questi stimoli attraverso gli esercizi individuali, per poi ritrovarci divisi in gruppi e lavorare insieme. Al termine del pomeriggio ciascun gruppo arriva a rappresentare in poco meno di due minuti un concetto astratto –precedentemente consegnato da Ivan- attraverso una muta composizione di corpi: diventiamo statue che raccontano senza voce “La rete di Indra”, “Il filo di Arianna”, “Il cerchio della vita”, “Il rasoio di Occam”, “Il dilemma del porcospino”, “Il giardino segreto”. Nessuno di noi sa esattamente quale sia lo scopo di questa messa in scena, eppure viene a crearsi un’atmosfera intima e sospesa. A fine giornata mi sento piacevolmente stordita: è la mia prima study visit ma percepisco di essere circondata da persone con un potenziale di ricchezza interiore incredibile. La varietà di differenze che incarniamo è prima di tutto un’opportunità di confronto e crescita reciproca.
Sabato mattina ci spostiamo sull’ “acropoli” triestina per conoscere il quartiere di Melara. L’impatto con la realtà grigia e abbandonata è un misto di sconvolgimento e fascinazione: un labirinto di corridoi ampi e vuoti che fanno venire il capogiro. A gruppi visitiamo l’enorme complesso architettonico distribuito su quattro padiglioni disposti a perimetro di un quadrilatero che comprende alloggi, supermercati, uffici postali, ambulatori medici, e varie attività commerciali dismesse. Gli accompagnatori del “tour” ci raccontano la vita di quelle mura e delle persone che le abitano, il tema è la “rigenerazione urbana”. Ci viene chiesto di elaborare delle proposte per creare movimento tra il “dentro Melara” e la città di Trieste. Ci proviamo, anche se i dubbi e le perplessità sembrano nodi insolvibili. Il mio gruppo propone di creare una sorta di università della terza età condotta da stagisti dell’università di Trieste e rivolta agli anziani abitanti del complesso, responsabili a loro volta di fornire un piatto caldo ai giovani professori: l’idea è quella di scambiare una serie di servizi (il sapere da un lato e la condivisione del pasto dall’altro) affinché si creino condizioni nuove e accattivanti per abitare una parte di quello spazio, per stimolare il “dentro” a uscire e il “fuori” a entrare. Torniamo a Trieste con tanti interrogativi, che forse è il primo passo per imparare a “fare innovazione”: non solo trovare risposte, ma porsi le domande giuste.
Proseguiamo il pomeriggio in compagnia di alcuni membri di Kallipolis, un’associazione di promozione sociale che si occupa di rigenerazione urbana in diverse parti del mondo. Sperimentiamo una nuova modalità di apprendimento attraverso il gioco in scatola da loro elaborato, “Kallipoly”, ispirato al Monopoli e applicato al tema centrale della giornata, la rigenerazione urbana. La serata ha odore di legno vivo e si svolge su un soppalco caldo incastrato tra il tetto e la sala dove la cooperativa BeHappy svolge quotidianamente il suo lavoro di bottega/ristorante: non sappiamo nulla di questo posto, ma si respira un clima che sa di “casa”. Prima di iniziare la cena, Uccio ci accoglie e ci chiede un attimo di pazienza per raccontarci la storia di ciò che stiamo per mangiare: le mani di chi cucina all’interno di quelle mura appartengono a persone con lo “zaino” un po’ più pesante del nostro. Ciascuna di loro è legata ad un percorso di reinserimento lavorativo, ed ogni anno la cooperativa aggiunge un nuovo membro alla “famiglia”. Non solo: c’è un’etica anche dietro l’acquisto dei prodotti (che arrivano direttamente dal luogo di produzione, quindi fuori dai circuiti delle multinazionali). La cooperativa inoltre ha scelto di non ricevere finanziamenti esterni per una questione di libertà: vive di ciò che produce e incassa, senza cercare scorciatoie e fare concorrenza sleale agli altri esercizi commerciali. Uccio conclude augurandoci “Buona vigilia di Natale!”, il motto con il quale all’interno di BeHappy ci si saluta ogni mattina. “La vigilia di Natale è un momento speciale perché ognuno di noi sa che al termine di quel giorno riceverà un dono. Ecco, a noi piace pensare che ogni giorno possa essere una vigilia di Natale: non sappiamo da chi e perché, ma la sera prima di andare a dormire effettivamente almeno un dono lo abbiamo ricevuto”, spiega Uccio. Rimaniamo qualche istante senza parole, sorpresi e ammirati dalla sincerità di quell’uomo. Riempiamo il vuoto con un forte applauso e dopo la deliziosa cena torniamo a Trieste per una passeggiata, intrattenuti dal suono di una chitarra che fa da calamita in mezzo al gruppo.
L’ultimo giorno è un puzzle a tempo tra riflessioni sul valore dell’errore come occasione di apprendimento, e un laboratorio di sperimentazione della voce. Poi i saluti, e si riprende il treno del ritorno: noi saluzzesi siamo i primi a lasciare Trieste. Torno a casa con tanti pensieri aggrovigliati, e con la sete di chi ha voglia di continuare a scavare sul proprio territorio per trovarne il pozzo. Comunità che innovano mi insegna prima di tutto un modello: che non è una moda, ma è un modo, la possibilità di una risposta creativa di fronte alla complessità del reale che viviamo.”

 

Giulia Maccagno (Gruppo di Saluzzo)

Study visit a Messina, Febbraio 2017

Tre giorni all’insegna dell’innovazione sociale d’impresa e della sostenibilità ambientale ed economica: ecco gli argomenti che la terza study visit del progetto Comunità che Innovano ci ha permesso di approfondire in terra sicula, nella città di Messina.
Ospiti della Fondazione di Comunità di Messina abbiamo potuto osservare un esempio locale di sperimentazione di nuovi sistemi di welfare, verso l’inclusione di persone più fragili. Come? Ad esempio inserendo in attività di borsa lavoro persone ex detenute degli ospedali psichiatrici giudiziari, dando loro la possibilità di ripensarsi come soggetti liberi e nuovamente parte del loro territorio di appartenenza, attraverso una logica di personalizzazione degli interventi che permette davvero di focalizzare l’attenzione sulla persona. Non solo attenzione al singolo ma anche attivazione del territorio, attraverso la creazione di un gruppo di acquisto solidale che permetta al territorio di effettuare spese sostenibili e locali.
Siamo stati travolti dalla voglia di riscatto della Cooperativa DOC15: quindici uomini che, invece di gettare la spugna, hanno deciso di rischiare puntando sul territorio, rilanciando, con l’aiuto della Fondazione, il birrificio di Messina che in questo modo non ha abbandonato il territorio e sta creando posti di lavoro, diventando un esempio di economia civile e auto-imprenditorialità.
Ancora, in visita alla Fondazione Horcynus Orca abbiamo visto come arte, impresa sociale e ricerca tecnologica permettano di valorizzare il patrimonio territoriale, dando vita a luoghi di condivisione della cultura, non solo locale.
Sperimentazione, ricerca sociale, economia civile, voglia di riscatto e soprattutto amore per la propria terra: tanti stimoli per le nostre menti biellesi, che sicuramente ci offriranno spunti da portare nel nostro territorio. Perché, ricordandoci, dalle parole di un formatore, “le cose straordinarie sono straordinarie nei contesti in cui avvengono”.

Study visit ad Atene, Aprile 2017

“Un assaggio di tutto, non è un pasto completo quello che abbiamo assaporato nella maestosa quanto spezzata Atene. Questa volta, più delle altre, il menù sembra offrire soltanto un’ accozzaglia di portate confuse, per di più da consumare in fretta, ma è questo il fascino e l’onere del progetto “Comunità che innovano”.
La prima impressione è una Moussaka di epoche, culture, colori. Migliaia di anni di storia sembrano essersi stratificati l’uno sopra l’altro, come melanzane, besciamella e ragù, senza che le incongruenze visive e percettive creino disturbo in chi tutti i giorni percorre quelle strade.
Confusi sono i tentativi di andare incontro alla sofferenza: tanti, eppure sconnessi, e che non sembrano dare una risposta efficace alle innumerevoli difficoltà cui è sottoposto il territorio, posto tra oriente e occidente, tra crisi e desiderio di rivalsa, tra paesi in cui la guerra è vissuta ed altri in cui è tacita. Confusa è l’impressione che ha suscitato in me questa città che non si esime dal gettare addosso, a chi ne calpesta la terra ferita, tutte le sue contraddizioni, le paure, e le grida di aiuto!
Quello che più mi sconvolge e mi cattura sono gli occhi e le parole dipinti sui volti che hanno incrociato i nostri, il mio. In tutti quegli occhi ho letto coraggio, nelle parole ho sentito speranza. Tra gli altri Padre Josef, vescovo della chiesa armena di Atene, e i rappresentanti della comunità sono stati testimonianza di quanto la tenacia e la fede, perché no, siano un ingrediente fondamentale per vivere e sopravvivere quando tutto ci sembra perduto, quando niente sembra andare per il verso giusto e ogni nostro sforzo non sembra ricevere ricompensa. Non si lascia lo sguardo comodamente poggiato sui fallimenti e sulle fatiche, ma lo si poggia sui giovani, sul futuro, con una fiducia che non lascia spazio a scuse.
Un altro sguardo pungente, al quale non ci si tira indietro, è quello della donna senzatetto che ci ha accompagnato attraverso la città, alla scoperta delle sue fonti di ristoro, dei suoi punti vivi. Sebbene non si possa fare a meno di notare che di innovativo in questi luoghi c’è ben poco, quello che senza dubbio mi ha lasciato un segno è quanto sia rigenerante pensare ai piccoli passi possibili che questa popolazione, queste persone in carne ed ossa, hanno realizzato e stanno sostenendo in questo momento. Più facilmente siamo colpiti dalla novità e da ciò che fa notizia; conoscere questa realtà mi ha sicuramente ricordato che la cosa più importante è partire da ciò che si è, da dove si parte, e mantenere questa consapevolezza per fare una corretta lettura di dove si è arrivati. Senza questa sensibilità si potrebbe rischiare di dire che ad Atene c’è poco da vedere per quanto riguarda l’innovazione sociale, e sarebbe un’ipocrisia.
In questi giorni ho riflettuto sullo sguardo di chi porta, io per prima, sulla bocca queste parole: “ Poteva andare meglio..”. Uno sguardo che si rifiuta di volgersi ai piccoli successi, alle tenere albe, alle epifanie silenziose. “ Poteva andare meglio..” è il motto dell’autocritica, spietata, quella che impedisce di vedere oltre.
“Poteva andare peggio”, invece, lo slogan di questa visita studio. E questo slogan non è dei falliti, non è di chi si accontenta, perché “poteva andare peggio”, detto sfidando le condizioni avverse che a volte ci relegano nel vittimismo, è un’ancora di salvezza per la felicità e la speranza, che affogano laddove invece ci arrendiamo all’incapacità di cogliere quei semi che, seppur lentamente, germogliano nelle nostre storie.”

 

Martina Sordoni, Comunità che Innovano – Fondazione Caritas Senigallia

Study visit a Saluzzo, Giugno 2017

“La study visit di Saluzzo si è incentrata su un tema molto innovativo e sempre più emergente: la co-operazione pubblico-privato-civile nella programmazione e gestione degli interventi di welfare.
Dal primo incontro è stato possibile immergersi in questa ottica d’azione “comunitaria”: sono infatti interventi il sindaco, responsabile della sfera pubblica, il direttore della Caritas, che è un ente privato-ecclesiastico, e, in rappresentanza dei soggetti del terzo settore, due educatori di una cooperativa sociale.
“Spesso”, ci fa notare un operatore Caritas, “è raro che l’assessore delle politiche sociali, addetto alla programmazione dei servizi di welfare, si trovi a dialogare in modo diretto e costruttivo con gli operatori sociali del terzo settore, che sono chiamati ad attuare nel campo le decisioni prese”.
Questa buona prassi permette di connettere due “pezzi” dello stesso processo: la parte politica/strategica con quella più operativa/tecnica. Ciò permette di coinvolgere i diretti interessati nella costruzione delle risposte istituzionali più attente ai reali problemi emergenti dal territorio
Durante la study visit, si è parlato spesso dell’importanza di creare tavoli di lavoro composti da una rete di attori comunitari, siano essi di natura pubblica, privata o civile. Il confronto costante tra tali soggetti favorisce un indirizzo comune, e dunque una migliore efficacia ed efficienza degli interventi.
Attraverso un gioco di ruolo, abbiamo simulato un tavolo di concertazione costituito dal prefetto, dal sindacato degli agricoltori (coldiretti), dai sindaci e dalla Caritas per risolvere il problema sul tema dell’accoglienza dei lavoratori stagionali che durante l’estate arrivano a Saluzzo per la raccolta della frutta.
La Caritas si pone come rappresentante portavoce delle istanze dei lavoratori-migranti: questa è la cosiddetta funzione di advocacy che promuove l’empowerment delle persone, in questo caso dei migranti agricoli, in modo che anche essi possano esprimere le proprie esigenze e i propri bisogni che altrimenti rimarrebbero inascoltati ed esclusi dal processo decisionale e di progettazione sociale.
Attualmente manca un sistema istituzionale in grado di rispondere ai bisogni di questi lavoratori che spesso sono concepiti più come “due braccia per lavorare” che come persone con una dignità umana da rispettare e tutelare. La maggior parte di loro è stata collocata in una zona ghettizzata della città, il foro Boaro: un’ex-caserma militare, dove sono stati disposti accampamenti di tende per un massimo di 200 persone. Non solo la sistemazione è inadeguata e non rispettosa di una qualità di vita dignitosa, ma anche il numero di posti garanti è inferiore a quelli necessari.
Le istituzioni devono assumersi la propria parte di responsabilità e sostenere la Caritas nella gestione di tale servizio, senza delegare totalmente ad essa un compito così oneroso.
Un altro esempio di tavolo concertativo è quello attivato per le politiche giovanili.
Albero e letizia, due educatori di una cooperativa sociale locale, ci spiegano la loro vision e mission: il loro lavoro non ha come primo obiettivo assistere o a “riparare” situazioni di disagio o emarginazione, ma co-creare contesti relazionali positivi nei quali coinvolgere tutti, indistintamente. Ci raccontano così alcuni progetti innovativi e promozionali volti allo sviluppo del territorio e della comunità con il fine di prevenire, oltre che di “riparare” le situazioni di disagio.
Ci parlano del progetto “Wey up”: un evento dei giovani, fatto dai giovani. Si tratta di una festa che viene organizzata, ormai da 8 anni, da uno staff di 25 ragazzi delle scuole superiori, affiancati da dei tutor, con il fine di avvicinare i giovani alla politica intesa come cittadinanza attiva, per aiutali a comprendere come relazionarsi con le istituzioni pubbliche e come districarsi all’interno delle varie procedure burocratico-amministrative. C’è poi il progetto “attiviamoci” che nasce dalla cooperazione tra Comune, scuola, famiglie, oratorio e consorzio di servizi sociali con il fine di mettere in rete soggetti territoriali con funzioni diverse ma con l’obiettivo comune di un patto educativo allargato: inserimento in attività extrascolastiche, sostegno scolastico “personalizzato” in rapporto 1:1, monitoraggio nella scuola.
Da entrambi gli esempi di tavoli di lavoro, emerge con chiarezza l’importanza di ricercare una soluzione attraverso un’azione sinergica e cooperativa tra i vari attori in gioco.
Il sindaco di Saluzzo fa emergere il problema della necessità di riorganizzare il territorio creando reti comunitarie e promuovendo lo sviluppo di forme di auto-organizzazione impegnate per un progetto comune di città. Imprese, cooperative, associazioni e fondazioni devono diventare soggetti attivi con un ruolo da protagonisti nella promozione del bene comune della città.
Saluzzo rappresenta dunque un comune innovativo che propone un’amministrazione condivisa volta ad attivare la partecipazione di persone impegnate nel mondo dell’associazionismo, sia esso culturale, sociale o sportivo, e il coinvolgimento delle realtà giovanili, ricche di potenzialità e creatività.
Quest’ultimo aspetto è il secondo grande tema che è stato centrale in questa study visit: il protagonismo dei giovani.
Intervengono Davide e Giulia, due giovani ragazzi universitari che hanno deciso di impegnarsi nella sfera della politica intesa come cittadinanza attiva, ovvero nella gestione della res pubblica.
È stato molto entusiasmante e avvincente sentire le loro testimonianze. Entrambi hanno maturato questa loro “vocazione” all’impegno attivo a livello comunitario all’interno dell’oratorio, un vero e proprio incubatore di educazione civica. Giulia è consigliere comunale, Davide è un membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Bertoni.
Nonostante la diversità dei loro ruoli, entrambi sono accomunati da un forte senso civico e da uno stretto legame con il loro territorio; si sentono direttamente coinvolti e pian piano stanno maturando varie conoscenze e competenze su come “funziona” una città e su quali siano gli strumenti da utilizzare per contribuire a migliorarla.
Giulia ci spiega che per rappresentare un territorio devi viverlo, da qui la sua scelta di rinunciare alla vita universitaria da fuori sede. Parallelamente Davide ci sottolinea l’importanza di partecipare agli eventi locali, per captare opinioni, problemi e critiche che emergono dalla comunità.
Durante la study visit ci sono poi stati presentati due soggetti innovativi del terzo settore: la Fondazione Bertoni e l’impresa Segnavia. Entrambi mirano a fornire servizi di utilità generale, ponendo attenzione alla dimensione imprenditoriale della loro attività. Essi non dipendono finanziariamente dall’ente pubblico, ma si impegnano a cercare fonti di finanziamento altre, nel mercato o nel sostegno di privati.
Il presidente della Fondazione ci racconta, ad esempio, di aver raccolto, con la tecnica del fundraising, oltre 250.000 euro da soggetti privati. Tali finanziamenti servono per sostenere progetti volti alla valorizzazione della città: si è attivato così l’evento “c’è fermento”, volto a promuovere la birra artigianale locale di alta qualità, ed è stata restaurata una ex-scuderia adibita ora a percorsi espositivi, culturali e artistici.
L’impresa Segnavia nasce per valorizzare il territorio montano in cui è inserita.
Esso è ristorante, albergo, editoria che vende prodotti locali: alimenti a km zero, libri che narrano il territorio, servizi di turismo flessibili tarati su misura della persona.
Un’altra caratteristica che la contraddistingue dalla classica impresa for profit è la volontà di lavorare in rete con gli altri soggetti delle valli vicine, in modo da unire le forze per migliorarsi reciprocamente.
All’interno della struttura c’è poi uno spazio riservato a incontri ed eventi volti a promuovere la scoperta del territorio attraverso esperienze laboratoriali, workshop, testimonianze.
È qui che concludiamo la nostra study visit con i racconti e l’esibizione di due musicisti che ci fanno gustare la musica occitana che anima le feste locali delle valli, mantenendo viva una tradizione culturale e musicale molto antica.”

 

Anna Cannistraro

Evento di chiusura a Torino, Novembre 2017